LA città è diventata il nuovo dio dell’uomo, che guida, ostacola, promuove, addormenta, illude, cresce e muta l’individuo muovendo e trasformando se stessa, in quanto creatura artificiale, in quanto figlia dell’uomo.
il paradosso moderno sta proprio nel fatto che l’uomo si si autosubordinato ad essa, sia inciampato negli stessi ingranaggi meccanicistici che ha creato come supporto ed ausilio alla propria esistenza, e che ora cstituiscono la sua ragione di vita. A questo proposito credo che il film id Charlie Chaplin “luci sulla città” possa costituire una metafora importante della città che in seguito ai violenti mutamenti industriali, ha assunto una nuova prospettiva. Causa di ciò è quella “spinta di crescita urbana che spezza i ritmi lenti de unitari del passato”, come afferma P. George. Questa spinta è l’elemento cruciale che separa la concezione passata di città, da quella attuale, post-moderna.
Nell’antichità la figura della città era assimilabile a quella di uno sguardo sui cittadini, di occhi che appartenevano a chi la governava. La stessa Atene come Magis afferma “culla della civiltà e della politica mondiale, è La Polis, la città in cui i rapporti umano sono personali e concreti, tutto è visibile e tangibile, pure il meccanismo della vita sociale e del potere”. la diversità maggiore con la visione moderna risiede proprio in quella visibilità e chiarezza dei meccanismi cittadini che assicuravano protezione, sicurezza ed un identità collettiva che ora sembrano solo un lontano ricordo. oggi il potere cittadino è statoacuisito da quelle stesse spinte economiche che negli ultimi anni hanno così radicalmente cambiato la fisionomia urbana creando una scissione, una spaccatura tra città e periferia. la periferia come afferma Perego assume al giorno d’oggi -nell’ambito cittadino- il significato di “resto, di “altro dalla città”, << in termini assoluti come incompiutezza, disordine, irriconoscibilità, bruttezza>>, un “dappertutto che è in nessun luogo”. nella periferia i servizi, le correnti che agitano e mutano la città, arrivano a tratti, dimezzate, spesso smorzate; il potere economico e politico si manifestano, ma i servizi e le forme di aiuto e supporto ai cittadini presenti nelle città, quì sono deboli, mal organizzati, e questo riflette il carattere di <<città non finita, o meglio, che non ha ancora raggiunto il momento della qualità>> come scrive Portoghesi; riprendendolo ancora, perchè non guardare la periferia << con umanistica ‘pietas’ e cioè amore, come una realtà da affrontare, di cui aver cura, in cui rispecchiare noi stessi in quanto essa è bene o male il prodotto delle nostre illusioni, delle nostre buone intenzioni non realizzate?”. Qualcuno sembra condividere questo pensiero, vi sono infatti stati alcuni tentativi di miglioramento delle periferie, alcune cosiddette “utopie urbanistiche”, tra le quali quella realizzata nell’estrema periferia nord di Napoli, nel quartiere di Scampia il cui nome oggi è tristemente famoso per essere un luogo di degradazione socialr e criminalità, oltre che -soprattutto- di povertà. vennero realizzati dei condomini detti vele per coloro che necessitavano di un alloggio, ma ora gli enti locali non stanno supportando la zona che si sta degradando costantemente in ambito urbanistico: vi sono strade senza illuminazione e case senza servizi; è comunque al vaglio un progetto per la riqualifica urbanistica e l’abbattimento di alcune vele. il problema però è che la filosofia capitalistica permea la stessa urbanizzazione,come afferma Renzo Piano “ogni angolo di territorio urbano che torna a vivere è anche un’opportunità economica [...] abbiamo bisogno di competenza e umiltà, ed avere sempre una bussola etica”, che spesso manca in coloro che non osservano da vicino la situazione di degrado periferico, o che non vogliono vederle. l’organismo cittadino ferendosi profondamente sotto la guida dell’economia, attua .come afferma P. George- una progressiva settorializzazione su basi qualitative: quartieri operai, quartieri di lusso, e quartieri poveri; avviene perciò che l’individuo subisca una metamorfosi, si alieni nei confronti del lavoro e della città, ne divenga legato a doppio filo. Magis in un articolo del corriere della sera, scrive “la città con le sue trasformazioni che sventrano e smontano il passato, è il movimento stesso delle sorti e dei sentimenti umani, il ritmo della vita e della storia che la racconta. la metropoli cambia la sensibilità e la percezione dell’individuo, diviene una sua pelle sensibilissima che reagisce anche e soprattutto subliminalmente al continuo bombardamento di stimoli veloci ed effimeri”. ed è questo l’effetto collaterale dell’espenasione urbana: l’individuo diviene anonima molecola della creatura cittadina, come evoca Baudeleire nelle immagini della poesia ‘A una passante’. quì l’individuo ha la possibilità di sottrarsi alla caducità dei sentimenti sfruttando il proprio anonimato, la propria invisibilità in un luogo -quello cittadino- in cui la modernità ha annullato il tempo. ed è quì che fa presa la filosofia economica che governa oramai le città; gli interessi commerciali hanno creato un controllo sociale che aggrega e manipola come marionette i cittadini divenuti incerti, spaesati sotto la forza dei mutamenti delle condizioni di vita a seguito del boom economico degli anni ’60. ecco che quindi l’economia può sviluppare in modo incontrollato i propri meccanismi spingendo l’uomo alla ricerca di mezzi materiali che non fanno altro che sviluppare ed aumentare in lui un continuo desiderare che ha ocme unico scopo il nutrimento commerciale stesso. ecco, il cerchio che si richiude. questa nuova prospettiva di vita totalmente urbanizzata e materialistica lacera l’individuo facendogli perdere quella wildinis, quell’elemento naturale, fondamentale per la propria salute mentale e fisica. << le città come i sogni sono costruite di desideri e di paure, anche se il filo del loro discorso è segreto, le loro regole assurde, le prospettive ingannevoli e ogni cosa nasconde un’altra >>, scrive Calvino ne ‘le città invisibili’; e descrive bene quest’assurdità, quest’ingannevolezza delle regole e norme che regolano il processo cittadino e che hanno sempre più fatto sprofondare l’uomo in un individualismo privo di ambizione, immerso nell’anonimato, togliendo ad esso la propria forza collettiva. la città dunque appare oggi come una una specie di scacchiera che implica una possibilità infinita di giochi e di relazioni sociali, in uno sfondo non più naturalistico, bensì urbanizzato, per cui ingannevole, ineffabile, un paradiso artificiale che dispensa felicità artefatte.