1. faccio fatica

    November 14, 2011 by admin

    cosa è giusto
    faccio fatica a rispondere.
    manca qualcosa
    mi sfugge un pezzo del puzzle, un particolare. rimane un buco.
    eppure è tutto lì, davanti a me.
    fa piacere pensare che sarà il futuro a rispondere al posto mio, ma questo andrebbe contro i miei principi
    sono io, padrone del mio destino
    e in un modo o nell’altro sarà tutto frutto di mie scelte.
    li sento, sento i pregiudizi, le idee non mie ma che si muovono dentro me. il dover sempre esser vincitore, anche su chi amo.
    è l’orgoglio, spero sempre di liberarmene ma distorce ancora la mia realtà.

     


  2. parliamo la stessa lingua?

    June 16, 2011 by admin

    milady.
    è proprio questo il punto.
    la gente ha paura, paura dell’ignoto, del buio, del nuovo assoluto, di ciò che non vede.
    lo dice il folklore degli avi, ‘chi lascia la strada vecchia per la nuova…’,(non finisco perchè al solo sentirlo mi dà i nervi) e in psicologia è catalogata sotto il nome di: convinzione limitante.

    vedi, nel mondo esistono due cateogire di persone.
    gli ambiziosi d’infinito, e gli altri.
    tutti siamo ambiziosi -chi più chi meno- ma quel che ci distingue è l’intensità di questa spinta interiore.
    c’è chi si accontenta di una famiglia, chi di un lavoro che lo rende autonomo, chi spera nella vittoria all’enalotto, chi compra per vivere, chi vive per comprare, chi desidera una donna per la vita, chi nasce studiando e morirà così, chi dedica la sua vita ad un esser esuperiore, chi la spende in lotte, chi la sfrutta per aiutare quelle alturi..e potrei andare avanti all’infinito.

    Io no.
    io non sono nulla di tutto questo.
    la mia terra non è piatta. non vivo contando i passi che mi restano prima di cadere nel vuoto.
    io vivo per crescere, evolvere, progredire, migliorare, elevarmi, distinguermi, assaporare, conoscere, sperimentare. perchè questo per me significa quella parolina.
    vivo.

    ergo.
    ci sguazzo nell’ignoto, nell’incognita, nel buio.
    mi sollazzo nell’incertezza, nel buttarmi alla cieca.
    perchè questo è il solo modo per conoscere, per crescere.

    è facile restare nel proprio limbo, nella propria zona di comfort in cui ogni cosa è al suo posto, in cui le novità sono ridotte al minimo, in cui tutto è sotto controllo.
    ma è anche patetico, terribilmente noioso, morto.
    io non voglio questo.
    non ho idoli -perchè averli significherebbe sognare il mio stato ideale, insidioso, incerto, dal mio lettuccio che traborda di comfort- ma mi ispiro ai veri ambiziosi, a Napoleone, al Sorel di Stendhal, a tutti coloro che hanno vissuto fino all’ultimo avanzando, rendendo comfortevole l’ignoto.

    perchè alla fine, quando sarò vecchio e stanco, quando una sera, alzando gli occhi al cielo, finirò col farmi investire dal vento dei ricordi, beh, quella sera so che sorriderò, perchè saprò di aver vissuto come volevo, perchè potrò riassaporare tutto ciò che avrò fatto.
    Inviato oggi alle 15:42


  3. ecco.

    March 1, 2011 by admin

    ho sbagliato e devo pagare.
    non faccio resistenza, sarebbe solo peggio.

    vorrei tornare indietro e rifare tutto da capo, ma la vita non ha il rewind.
    è tutto nelle tue mani, lo sai bene.
    o forse dovrei dire, nella tua testa.

    ho esagerato.
    ho cercato di strafare e mi ritrovo con in mano aria fritta.
    è giusto che sia così.
    odio i proverbi, ma anche per questo ce n’è uno.

    un ultima cosa mi rimane da dire.
    se ho sbagliato, se ho esagerato è perchè ci tenevo.
    se qualcosa non mi interessa non muovo un dito.

    rifletti.

    peez.

     


  4. una volta e forse mai piu.

    February 7, 2011 by admin

    l’allontanamento.
    La mia sigaretta è dolce, è così perfetta, l’avvicino alla bocca, l’allontano, la tengo distrattamente tra le dita. Le tue parole non mi toccano, ma si incollano dense a quella notte senza futuro, a quell’aria che sa di sabbia tra le lenzuola, grilli, di sale. Tu ti siedi accanto a me, continui a parlare, non ti ascolto ma so cosa stai dicendo…ed è tutto così assurdo: parliamo già di volerci bene, parliamo di noi…le parole mi scivolano fuori come immense, fragili bolle di vetro e mi chiedo come facciamo a stare lì seduti accanto, così profondamente diversi, così lontani da ciò che stavamo cercando. Poche ore prima mi lasciavo prendere in braccio e portare in acqua e non ci chiedevamo se mai sarebbe stato possibile volerci bene al di fuori di quel mare, di quell’estate, di quell’istane…e invece ora mi parli, mi fai domande, una dietro l’altra e io non ascolto, ascolto solo il suono impercettibile della mia anima che inizia a scalpitare. Non ho voglia di guardarti, nno ho voglia di pensare a che cosa risponderti…mi fai ridere, cerchi disperatamente di farmi ridere…e io ti accontento rido, ma è un riso nervoso. La sigaretta sta per finire e il mio terrore è non avere null’altro da fare mentre tu mi parli. Prima mi piaceva ascoltarti, avrei potuto nutrirmi solo delle tue parole, avrei potuto fare delle tue paorle la mia casa, il mio letto, il mio sempre…ora però non potevo ascoltarti, la mia testa aveva deciso di abbandonare il corpo e di dirigersi lontano, un pò annoiata o forse delusa, perchè ancora una volta aveva litigato con il cuore e non mi permetteva di amare.E ora sono qui a due mesi di distanza, nostalgica per quell’amore che ho soffocato prima che potesse diventare pericoloso. Non ti sopportavo, ti avrei spesso tirato uno schiaffo per cercare di risvegliarti dalla tua realtà rarefatta. Invece sono stata lì seduta accanto a te, con quella maledetta sigaretta che oramai era solo un filtro, la mia ambile sigaretta che allontanavo e riavvicinavo alla bocca come se cercassi di creare un ritmo tra le tue parole, confuse, perse, sperdute.
    Lascio che la tua mano prenda la mia, mi lascio baciare, non ho forze sufficienti per dirti che non serve a nulla, che la mia decisione è questa…tu mi guardi, cerchi di capire, e io che ho sempre odiato chi creava questo genere di situazioni, provo un dolcissimo piacere a guardarti fissa negli occhi…so che non avrò bisogno di tante parole ma che vedrai nel mio sguardo quel che basta ad un discorso, preciso, statico, immobile; allora nulla potrai più chiedere perchè quello che vedi non ammette repliche.

    Spengo la sigaretta, mi allontano lentamente, scivolando sulle parole rimaste nell’aria.


  5. la citta’.

    May 21, 2010 by admin

    LA città è diventata il nuovo dio dell’uomo, che guida, ostacola, promuove, addormenta, illude, cresce e muta l’individuo muovendo e trasformando se stessa, in quanto creatura artificiale, in quanto figlia dell’uomo.

    il paradosso moderno sta proprio nel fatto che l’uomo si si autosubordinato ad essa, sia inciampato negli stessi ingranaggi meccanicistici che ha creato come supporto ed ausilio alla propria esistenza, e che ora cstituiscono la sua ragione di vita. A questo proposito credo che il film id Charlie Chaplin “luci sulla città” possa costituire una metafora importante della città che in seguito ai violenti mutamenti industriali, ha assunto una nuova prospettiva. Causa di ciò è quella “spinta di crescita urbana che spezza i ritmi lenti de unitari del passato”, come afferma P. George. Questa spinta è l’elemento cruciale che separa la concezione passata di città, da quella attuale, post-moderna.

    Nell’antichità la figura della città era assimilabile a quella di uno sguardo sui cittadini, di occhi che appartenevano a chi la governava. La stessa Atene come Magis afferma “culla della civiltà e della politica mondiale, è La Polis, la città in cui i rapporti umano sono personali e concreti, tutto è visibile e tangibile, pure il meccanismo della vita sociale e del potere”. la diversità maggiore con la visione moderna risiede proprio in quella visibilità e chiarezza dei meccanismi cittadini che assicuravano protezione, sicurezza ed un identità collettiva che ora sembrano solo un lontano ricordo. oggi il potere cittadino è statoacuisito da quelle stesse spinte economiche che negli ultimi anni hanno così radicalmente cambiato la fisionomia urbana creando una scissione, una spaccatura tra città e periferia. la periferia come afferma Perego assume al giorno d’oggi -nell’ambito cittadino- il significato di “resto, di “altro dalla città”, << in termini assoluti come incompiutezza, disordine, irriconoscibilità, bruttezza>>, un “dappertutto che è in nessun luogo”. nella periferia i servizi, le correnti che agitano e mutano la città, arrivano a tratti, dimezzate, spesso smorzate; il potere economico e politico si manifestano, ma i servizi e le forme di aiuto e supporto ai cittadini presenti nelle città, quì sono deboli, mal organizzati, e questo riflette il carattere di <<città non finita, o meglio, che non ha ancora raggiunto il momento della qualità>> come scrive Portoghesi; riprendendolo ancora, perchè non guardare la periferia << con umanistica ‘pietas’ e cioè amore, come una realtà da affrontare, di cui aver cura, in cui rispecchiare noi stessi in quanto essa è bene o male il prodotto delle nostre illusioni, delle nostre buone intenzioni non realizzate?”. Qualcuno sembra condividere questo pensiero, vi sono infatti stati alcuni tentativi di miglioramento delle periferie, alcune cosiddette “utopie urbanistiche”, tra le quali quella realizzata nell’estrema periferia nord di Napoli, nel quartiere di Scampia il cui nome oggi è tristemente famoso per essere un luogo di degradazione socialr e criminalità, oltre che -soprattutto- di povertà. vennero realizzati dei condomini detti vele per coloro che necessitavano di un alloggio, ma ora gli enti locali non stanno supportando la zona che si sta degradando costantemente in ambito urbanistico: vi sono strade senza illuminazione e case senza servizi; è comunque al vaglio un progetto per la riqualifica urbanistica e l’abbattimento di alcune vele. il problema però è che la filosofia capitalistica permea la stessa urbanizzazione,come afferma Renzo Piano “ogni angolo di territorio urbano che torna a vivere è anche un’opportunità economica [...] abbiamo bisogno di competenza e umiltà, ed avere sempre una bussola etica”, che spesso manca in coloro che non osservano da vicino la situazione di degrado periferico, o che non vogliono vederle. l’organismo cittadino ferendosi profondamente sotto la guida dell’economia, attua .come afferma P. George- una progressiva settorializzazione su basi qualitative: quartieri operai, quartieri di lusso, e quartieri poveri; avviene perciò che l’individuo subisca una metamorfosi, si alieni nei confronti del lavoro e della città, ne divenga legato a doppio filo. Magis in un articolo del corriere della sera, scrive “la città con le sue trasformazioni che sventrano e smontano il passato, è il movimento stesso delle sorti e dei sentimenti umani, il ritmo della vita e della storia che la racconta. la metropoli cambia la sensibilità e la percezione dell’individuo, diviene una sua pelle sensibilissima che reagisce anche e soprattutto subliminalmente al continuo bombardamento di stimoli veloci ed effimeri”. ed è questo l’effetto collaterale dell’espenasione urbana: l’individuo diviene anonima molecola della creatura cittadina, come evoca Baudeleire nelle immagini della poesia ‘A una passante’. quì l’individuo ha la possibilità di sottrarsi alla caducità dei sentimenti sfruttando il proprio anonimato, la propria invisibilità in un luogo -quello cittadino- in cui la modernità ha annullato il tempo. ed è quì che fa presa la filosofia economica che governa oramai le città; gli interessi commerciali hanno creato un controllo sociale che aggrega e manipola come marionette i cittadini divenuti incerti, spaesati sotto la forza dei mutamenti delle condizioni di vita a seguito del boom economico  degli anni ’60. ecco che quindi l’economia può sviluppare in modo incontrollato i propri meccanismi spingendo l’uomo alla ricerca di mezzi materiali che non fanno altro che sviluppare ed aumentare in lui un continuo desiderare che ha ocme unico scopo il nutrimento commerciale stesso. ecco, il cerchio che si richiude. questa nuova prospettiva di vita totalmente urbanizzata  e materialistica lacera l’individuo facendogli perdere quella wildinis, quell’elemento naturale, fondamentale per la propria salute mentale e fisica. << le città come i sogni sono costruite di desideri e di paure, anche se il filo del loro discorso è segreto, le loro regole assurde, le prospettive ingannevoli e ogni cosa nasconde un’altra >>, scrive Calvino ne ‘le città invisibili’; e descrive bene quest’assurdità, quest’ingannevolezza delle regole e norme che regolano il processo cittadino e che hanno sempre più fatto sprofondare l’uomo in un individualismo privo di ambizione, immerso nell’anonimato, togliendo ad esso la propria forza collettiva. la città dunque appare oggi come una una specie di scacchiera che implica una possibilità infinita di giochi e di relazioni sociali, in uno sfondo non più naturalistico, bensì urbanizzato, per cui ingannevole, ineffabile, un paradiso artificiale che dispensa felicità artefatte.